Archivio mensile:marzo 2005

BAH

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Cos’è successo? Cosa cercano? Che gli serve? Non chattavo da mesi e adesso che torno per qualche istante sui cari vecchi chan mi ritrovo assalita da persone che mi riempiono di complimenti, di come stai?, di sei fantastica!. Dicono: “ish tar ma ki sei ke avi assà ke nn kollokuiamo se nn sbaglio arcadio centra kualkosa”. Mettendo da parte il perfetto italiano e soprattutto il siciliano così elegantemente utilizzato (oggi ho il dente avvelenato), chi mi spiega che cosa vuol dire? No, perché mi manca qualcosa.. Cosa c’entra arcadio? Cioè, io non kollokuiavo (bleah!) con qualcuno per arcadio? Luca è così?

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Storia della pallina nera

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Era sempre stato un tipo piuttosto strano. Sin da quando era nato. Tutti lo notavano, ma nessuno ne capiva il perchè. Riceveva tanti complimenti, ne aveva sempre ricevuti. Era stimato e apprezzato da tutti. Ma soprattutto invidiato. Invidiato per quel suo essere strano. Lo caratterizzava quella sua pallina nera. Ogni anno sempre più nuova; ogni mese meno logora; ogni giorno più lucida; ogni tocco più splendida; ogni sguardo più curiosa. Nessuno sapeva perché. Nessuno sapeva come né perché. Nessuno immaginava quale oscuro mistero era celato dentro, fuori, sopra, sotto, attorno a quella pallina nera. La teneva in mano. E questo gli bastava. La faceva saltellare. Ne aveva cura. Aveva cura di ogni pallina nera che ogni anno, mese, giorno, riceveva in dono. Erano tante. Nessuno più le contava. Nessuno più osava chiedergli cosa mai avesse potuto desiderare in dono. Tutti sapevano che la pallina nera era l’unico oggetto adatto a soddisfare ogni suo desiderio. Eppure la curiosità cresceva, più di quanto potesse crescere quel ragazzo. Non aveva più un’età. Ciò che contava era soltanto la pallina nera. Si ammalò, un giorno. Seppe che stava per morire. Forse tra un anno, forse tra un mese, forse tra un giorno. Non importava quando. Ciò che contava era che tenesse in mano quella pallina nera, che la facesse saltellare. Ciò che contava era che quella pallina nera stesse sempre accanto a lui, a saltellare,  ogni anno, ogni mese, ogni giorno.

Ebbe uno svenimento. Fu portato in ospedale. La pallina nera sempre in mano, quando non aveva più ormai la forza di farla rimbalzare ad ogni secondo. Lo misero su un letto. Seduto o sdraiato, non importava, perché aveva la pallina nera con sé. Nessuno era triste, perché aveva la pallina nera con sé. La curiosità però cresceva, non come il ragazzo, ma come il male che aveva dentro. Un male che lo divorava ogni anno, ogni mese, ogni giorno. Ma tutto questo era di poco conto, perché aveva la pallina nera con sè.  E lo misero su quel letto, con la pallina nera in mano, legato a fili e tubicini che lo attraversavano per tutto il corpo. Non provava dolore, non provava timore: aveva la pallina nera con sé.

La curiosità crebbe. La curiosità tartassava le menti di ognuno. Più passavano gli anni, i mesi, i giorni, più tutti sapevano che prima o poi il tempo non sarebbe più bastato. Tutti sapevano che il tempo sarebbe finito.

Un giorno, un mese, un anno, qualcuno andò dal ragazzo, legato al letto, con la pallina nera in mano, da fili e tubicini che lo attraversavano per tutto il corpo.

Un giorno, un mese, un anno, qualcuno andò da quel ragazzo con la pallina nera in mano. Un giorno, un mese, un anno, qualcuno ebbe il coraggio che nessuno mai aveva avuto, di chiedergli a cosa servisse, cosa fosse, quale oscuro mistero celasse, quella pallina nera.

Il ragazzo lo sapeva: non se ne stupì. Era stato ogni giorno, ogni mese, ogni anno ad aspettare che qualcuno gli ponesse quella domanda.

Lo sapeva. Lo attendeva.

Morì. La pallina nera con lui.

Promemoria

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L’estate scorsa ho imparato un nuovo modo per giocolare con le palline. Qualche giorno fa, a distanza di mesi, farlo mi risultava naturale e scontato.

Un giorno di questi mi cimenterò nel raccontare la storia della pallina nera.

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Oggi si è ritornati a scuola. È stata una giornata dedicata a supplenze, educazione fisica e biologia. E io ieri sono stata un pomeriggio sul libro di classico greco a imparare la traduzione sul testo originale!

Ho ritrovato quella felicità che tanto attendevo. Mi sono servite queste vacanze. Mi è servito, soprattutto, stare lontana da chi amo davvero. È passato tutto senza spiegazioni, né liti. La Crisi è passata senza lasciare traccia di sé. Ho scoperto di poter contare su delle persone, una persona, che stimavo molto lontana da me. Si è rivelata diversa e davvero delicata. Ma stranamente mi viene da pensare che forse fu il mio aspetto pietoso e malinconico a suscitare tanta dolcezza e a far scaturire quell’amorevole attenzione. Forse non importa quale sia il vero motivo. A me basta così. Sono felice.

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Matematica Creativa e Filosofia della Comunicazione, a Catania.

Ovvero: mia madre pensa sia un po’ Scienze delle Merendine; mia sorella ritiene che sia importante; io sembra che debba iscrivermi entro quest’anno all’università. Per fortuna c’è tempo.

PERCHE' IO NON MI SBILANCIO MAI.

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Ho tolto l’orologio. L’ho dato a mia sorella. Questo vuol dire un cambiamento, e io lo vedo.

L’altro giorno ho letto Il Piccolo Principe, dopo tanti anni. Da piccola, forse, non ne avevo colto il senso più profondo. È un libro scritto per i bambini e fatto apposta per i grandi.

– C’È CHI DICE NO!–

Da piccole ci siamo giurate l’amicizia per l’eternità, tante volte. Adesso le nostre strade sono le scie di due slalom incrociati sulla neve. Neve calda, ma gelida a tratti: proprio dove le scie si cedono il posto scambievolmente.

Apro gli occhi. Vedo attorno a me penombra. Qualche filo di luce si intravede dal balcone, allora capisco che è giorno. Non un orario preciso. Cerco di tornare a dormire, ci provo, lotto contro me e contro il letto. Perdo. Sento i miei prepararsi per il lavoro, allora si comincia a delineare un orario nella mia mente. Accendo il cellulare: 7,34. Decido di alzarmi. — Ho perso il sonno.